221–240 di 374 risultati

  • I DOMENICANI DI CASSANO

    Non si vuole qui proporre una storia della presenza dei Padri Predicatori in Calabria o nella nostra Diocesi. Ci mancherebbe altro. Si vuole, al contrario, solo offrire ai giovani studiosi locali un primo covone d’informazioni necessarie, soprattutto sui documenti di non facile reperibilità e, talora, di piú difficile consultazione, perché possano, partendo proprio da una piccola base documentale, con maggior speditezza condurre le proprie ricerche e i successivi studi di approfondimento sulla presenza dei figli di San Domenico nel nostro territorio comunale e, segnatamente, nella nostra città di Cassano, e anche, e soprattutto sui Cassanesi entrati nell’Ordine dei Padri Predicatori. Tanti, di certo, resteranno ignoti, perché i loro nomi non compaiono nei documenti al momento conosciuti, piccoli frati dediti alla predicazione o ai minuti quanto utili lavori nel loro convento, operai umili in quella porzione della vigna dal Signore affidata al loro Ordine. Di qualcuno si conosce appena il nome proprio perché presente in qualche Atto conservato nei vari repertori notarili scampati alla distruzione, e conservati, talora, anche in qualche archivio privato. La messe è abbondante, insomma, e la ricerca complessa e difficile, essendo i documenti di nostro interesse sparsi un pò dovunque, e non solo nell’Archivio vaticano, nell’Archivio di Stato di Napoli, il piú importante di tutti per la storia del Mezzogiorno, e della nostra Cassano in particolare, in quello Generale dei Padri Predicatori, in quell’altro di San Domenico
    maggiore in Napoli, o in quello del Convento di San Domenico in Cosenza. Preziosi scrigni si rivelano gli Archivi capitolari delle nostre diocesi calabresi, e quelli parrocchiali, per non dire dell’Archivio di Stato di Cosenza, o, per la nostra diocesi, di quello di Castrovillari, o di altri archivi, o di repertori di documenti provvidenzialmente collazionati, trascritti e, talora, pubblicati, essendosene, in sèguito, perse le tracce a causa di sottrazioni, incendi, distruzioni, abbandoni di tanti piccoli conventi sparsi per tutta la nostra regione. P. Luigi Guglielmo
    Esposito, il vero punto di riferimento per chiunque voglia tentare un approccio serio al movimento dei Padri Predicatori nel Meridione d’Italia, ha fatto tantissimo, dedicando la sua vita alle ricerche archivistiche relative al suo Ordine, cosí pure gli studiosi Gerardo Cioffari e Michele Miele, anch’essi dell’Ordine dei Predicatori, con la loro Storia dei Domenicani nell’Italia Meridionale. Utile è anche consultare la Storia della Diocesi di Cassano al Jonio e la Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento, nonché il prezioso Regesto Vaticano per la Calabria di P. Francesco Russo.

    14,00
  • L’AMORE OLTRE LA VITA

    L’amore oltre la vita, una storia ambientata verso la fine degli anni sessanta, quando ancora la tecnologia non ci aveva invaso e si riusciva ad esternare i propri sentimenti attraverso lo scritto.
    Tommaso e Camilla, un amore sbocciato al primo sguardo, ma la diversità di ceto sociale, lui pescatore e lei figlia di un ricco proprietario terriero, odi e rancori rendono
    quasi impossibile il loro vivere.
    Ecco come incomprensioni e rancori possono essere un ostacolo insormontabile, come si possa rinunciare all’amore della propria vita per amore, come l’amore riesce ad
    andare oltre la vita nei pensieri, nei sogni, nella realtà.
    La magia di questo romanzo è la stessa che crea una colonna sonora ad un film, la sua colonna sonora è la poesia, la poesia usata come elemento fondamentale per esternare un sentimento grande, è il mezzo che riesce a tenere unito e vivo un amore contrastato da chi il proprio cuore lo ha chiuso per rancore e rabbia.
    Quando arriverete alla fine di questo romanzo, tenetevi stretto il cuore perché l’amore và oltre la vita.

    15,00
  • ITINERARI CASSANESI

    Dopo Quattro scrittori e due musicisti del novecento cassanese (premio Biagio Lanza nell’anno scolastico 2005/2006), dopo Tracce (idem, 2006/2007), dopo Idee e proposte per lo sviluppo del territorio (idem, 2007/2008), la scuola consegna alla collettività un nuovo lavoro dei suoi alunni e dei suoi docenti. Si fa, cioè, ancora una volta fabbrica di cultura, per contribuire alla valorizzazione delle nostre risorse, nella speranza che chi ha responsabilità di governo del territorio ne faccia tesoro e nella convinzione che solo investendo seriamente in cultura si possa invertire la rotta del sottosviluppo e si possa limitare la nuova diaspora dei cassanesi, che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.
    L’occasione dell’attività didattica sui temi del territorio è data dell’annuale premio dedicato a Biagio Lanza, medico e cultore delle nostre cose, a cui è intitolata la scuola sin dal 30 ottobre del 1982. In verità quei temi sono pratica didattica in tutte le classi, anche se il premio ha il merito d’illuminarli a giorno grazie al lavoro che viene condotto nelle terze.
    Si tratta di un premio istituito il 30 ottobre del 1982, in occasione dell’intitolazione della scuola a Lanza, un’iniziativa che è stata, ed è, foriera di una messe di ricerche, d’indagini, di attività didattiche in genere, di cui si spera resti traccia nei ragazzi che dal quel 30 ottobre a oggi vi si sono cimentati sotto la guida attenta dei loro docenti e col contributo dei vari presidi e presidenti del consiglio d’istituto che nel tempo si sono succeduti nella scuola. Un premio, il nostro, che non consegna targhe o borse di studio ma che pubblica i lavori degli alunni, o di gruppi di alunni, affinché ne resti traccia nella loro memoria, nelle loro case, nelle biblioteche del territorio, negli archivi.

    Carlo Rango

    15,00
  • DESIGN DEL RIUSO
    quando un problema diventa una soluzione

    Il riuso è una forma di design attuale e interessante per svariati motivi: è una pratica che tutti possono mettere in atto; è un atteggiamento che mette in moto la creatività; è un’azione che responsabilizza nei confronti dell’uso delle risorse del nostro pianeta e della dismissione dei rifuti; è un’estetica basata su semplicità ed economia; è un’etica che recupera valori come il rispetto e la cura per le cose che ci circondano: è un’occasione per andare verso uno sviluppo sostenibile.
    Questo libro vuole così stimolare, attraverso alcune centinaia di esempi di riuso, lo sviluppo della capacità di vedere una nuova dimensione funzionale ed estetica negli oggetti che hanno concluso la loro funzione “ufficiale”, quella per la quale sono nati ma, probabilmente, non la sola che siano in grado di ricoprire.

    20,00
  • VIA TARQUINIO PRISCO

    Michele Cosentino, a Roma da tre anni per un lavoro poco gratificante nel campo dell’editoria, è il giovane protagonista di questo romanzo: siciliano, carattere introverso, è incapace di inserirsi nel nuovo ambiente sociale e di evolvere la parte profonda della sua esistenza, vittima di una sorta di paralisi psicologica e morale. Incontra casualmente Giovanni Sardo, suo ex professore di liceo, che lo ospita nella sua casa di via Tarquinio Prisco: ancora di più emerge in lui una sorta di isolamento, di “male di vivere”, poiché sia gli amici, sia Sardo pensano solo ad andare in giro per locali e ad abbordare donne, inseguono il divertimento e il piacere come ideale di vita, l’obbligo di essere felici, accoppiarsi, scatenarsi. Tutto ciò appare a Michele una triste e vuota realtà dove ciò che domina è l’incapacità di raggiungere un genuino piacere finale nella vita, in cui non si diventa felici, ma solo appagati, soddisfatti, sazi. Può essere, allora, l’astinenza una possibile soluzione? Può il disgusto e la negazione degli impulsi, degli istinti trovare una corrispondenza sana all’esterno, interfacciarsi in una modalità relazionale costruttiva? Le vicende nelle quali Michele è coinvolto aprono e sviluppano scenari appassionati e dolenti in cui il lettore è libero di comprendere ed elaborare la complessità di un combattimento interiore dai significati incerti.
    Il romanzo di Mauro Tomassoli ci porta con sapienza nella dimensione interiore delle pulsioni e di un certo disagio inconscio ed esistenziale, ed esprime il dramma dell’uomo moderno, aggravato dallo squilibrio fra la rapidità impressionante del progresso che bombarda di novità ed impone ritmi e modelli, e la persistenza di dilemmi ontologici che l’evoluzione della scienza e della tecnica non risolve, ma rende ancora più laceranti.

    12,00
  • AL CENTRO DELL’ANIMA

    E siamo a tre.
    Dopo “Per Aspera ad Astra” e “Lacrime di cristallo”, ecco che l’autrice Romilda Ciardullo libera la sua terza opera, la raccolta di poesie “Al centro dell’anima”. Libera, verbo che non uso a caso, perchè le poesie di Romilda sembrano covare in un “nido/prigione” oscuro, per poi uscire fuori con tutta la loro forza, la chiarezza e la potenza della parola, soltanto rafforzata dalla permanenza negli abissi sconosciuti dell’anima.
    E lei, la poetessa Romilda Ciardullo, non fa altro che liberare una serie di parole dotate di una potenza, di una forza, di una maturità, che ha dentro di sè, e che rappresenta il suo Centro dell’Anima, non a caso titolo della silloge.

    dalla Prefazione di Salvatore Genovese

    8,00
  • DOMENICO PARROTTA
    1842 – 1892

    I quaderni della memoria, una collana di ricerche e di materiali in progress, voluta da Cirianni. Il custode delle nostre memorie passate e presenti, individuali e collettive, continua la sua instancabile opera: restituisce alla luce i materiali di quell’immenso archivio della memoria, che è la Biblioteca Diocesana, e riconsegna alla comunità i profili di quanti l’hanno onorata con i loro studi e la loro opera.
    La scia lasciata da Biagio Lanza, percorsa da mons. Pennini e dai suoi Quaderni dell’Arcobaleno, si rivela ancora una volta traccia feconda per ricordare personaggi, fatti ed eventi legati alla nostra comunità, che tale è non perchè convive sul medesimo territorio, ma perchè condivide alcuni valori, alcune tradizioni, alcuni ideali. Possono sembrare parole scontate, retoriche, se si vuole. E forse lo sono, perchè parlando di memoria c’è sempre il rischio di cadere in una facile e melensa retorica, riproponendo luoghi comuni, infarciti, spesso, da smania di campanile. E’ un rischio che comunque bisogna correre, governandolo, però con la freddezza della ragione senza per questo trascurare il calore del cuore.

    Dalla prefazione di Carlo Rango

    5,00
  • IL PIEGHEVOLE Numero 2
    Numero monografico su Dante Maffia

    Nel pieghevole si pubblicano parole e immagini.
    Chi ha qualcosa da dire, lo dica subito.

    Il pieghevole
    Aperiodico di letteratura e arte
    A cura di: Alfredo Bruni, Maria Credidio, Salvatore Genovese,
    Salvatore La Moglie, Gianni Mazzei, Paolo Pellicano

    REDAZIONE: C/O Alfredo Bruni,
    Via Antioco 6
    87011 Sibari
    098174353
    ilpieghevole@alice.it

    Supplemento alla rivista La Mongolfiera
    Aut. Tribunale di Castrovillari N. 89/89 del 29 – 11 – 1989

    La collaborazione, che è da intendersi sempre a titolo gratuito, compresa quella dei curatori, è per invito e per accettazione. Il materiale pervenuto, che non verrà restituito, sani attentamente valutato. Ogni autore è responsabile delle proprie opere e delle proprie opinioni.

    L’aereo cade a picco nel mare.
    L’addio è concluso, ineluttabile.
    Poi
    altezza, larghezza, rumore
    assenza del cuore.

    Hanno la camicia di forza
    uomini e grattacieli.

    La Mela ha fretta di non so che cosa,
    come vivesse dentro lugubri presagi,
    nell’essenza d’un nulla
    che vuole diventare forma.

    Io mi rifugio nella vastità
    d’un melograno ch’era davanti casa
    a Roseto e soleggiava beato.

    I sussurri sono bendati o distrutti
    da troppi urli neutri. La metropolitana
    è il preludio d’un inferno che non m’appartiene.

    Messa nella posizione giusta
    la pianta di basilico si fa regina,
    misteriosamente si fa sapore.

    Ma che nascesse anche qui mi disorienta,
    significa che in qualche maniera
    l’America appartiene alla terra.

    Da uno spazio indefinito
    arrivano rigurgiti e ululati,
    imitazioni di tamburi impazziti.

    Dove hanno imparato le filastrocche
    queste strade affollate,
    questi fiumi di anonimi assenti?

    Come dentro un guado di sabbie mobili,
    inseguito da cani spelacchiati,
    mi dondolo nella baia
    che banalmente abbaia.

    Ancora alberi a convegno
    con la mia ansia ormai logora.
    Sono gli ontani di Roma a parlare.
    I passanti a Little Italy
    hanno 1′ aria di casa, povero me!
    Entro nel niente illibato
    di sillabe sgualcite, di foglie
    un po’ folli, di salti mortali
    che vanno da Roseto a Nuova York.

    Non avevo fatto nulla
    e mi sentivo in colpa
    così, all’improvviso,
    come chi ha ucciso
    qualcuno e non se ne ricorda
    se non a sprazzi
    e si dispera.

    Accaduto per caso,
    lei si stava sporgendo
    da un parapetto, a me
    prudeva il naso, le vidi
    le mutandine di seta celeste
    e l’orgasmo fu perentorio.

    Un rullare di favole oscene
    imperversò nel sangue.
    La Mela fu quella d’Adamo,
    fu una puttana eternamente sconcia.

    Forse lo scrupolo, il senso di colpa
    che va e viene e non mi lascia in pace.
    Non so cos’è l’America, una farsa,
    un barlume, una finta cicala,
    una scala verso il nulla, una fanfara…
    Io non voglio più starci in questa plaga
    di odori di cipolle e di carote,
    non voglio diventare lo squalo che galoppa
    nel nonsenso, nel dilagare
    di metafore corrotte.

    Per prima cosa ho baciato la terra a Fiumicino
    ed è sparita la paura.
    Le Timberland per le figlie
    tintinnavano nello zaino.
    Non hanno trovato da ridire alla dogana.

    Mi è venuta incontro la voce
    di Totonno il pescatore
    che gridava impossibili storie di mari,
    nel corpo fiocine, alte maree, il soffocamento,
    il pesce spada infuriato.

    Un ricordo che non c’entra niente,
    ma mi ha riportato a Roseto,
    al mare che non s’adira mai,
    e non è mai spaventato.

    Dante Maffia è nato a Roseto Capo Spulico (Cosenza) il 17 gennaio 1946. Trasferitosi a Roma ha esercitato vari mestieri per sopravvivere e frequentare l’Università. È poeta, narratore, saggista e critico d’arte. Il suo primo libro, Il leone non mangia l’erba, con prefazione di Aldo Palazzeschi, è del 1974. Nel 2008 ha pubblicato con Mursia il romanzo Il poeta e lo spazzino (prefazione di Walter Veltroni).

    0,00
  • LINEA DI KONFINE

    È il mondo di un ragazzo di 22 anni, Christian, da cui si parte per dipingere un quadro sull’adolescenza, sui ragazzi del nostro tempo, e imbatterci in quelle che sono le loro incertezze, aspirazioni e speranze. Un mix di serietà, crudeltà, maturità/immaturità e spensieratezza, sentimenti dipinti all’interno di un quadro familiare sempre al varco, scritti tra i banchi di scuola, vissuti in una vita che spesso corre troppo veloce…

    10,00
  • IL CURATO E IL PAGLIACCIO

    “Io credo che la normalità sia il male e la follia sia il peggio. Io credo che il diritto di essere diverso sia anche il diritto di essere uguale”.
    Queste le parole di Sandro Gindro, psicoanalista di formazione freudiana, compositore e drammaturgo, cui si deve l’autonomo percorso verso Psicoanalisi Contro nonché la fondazione dell’Istituto Psicoanalistico per le Ricerche Sociali.
    Dalla drammaturgia emerge un unico personaggio: il curato che si dibatte tra le due sue anime: quella del prete e quella del pagliaccio.
    La questione è credere o no nell’esistenza di Dio. Ma una volta ucciso il pagliaccio, l’unico che sapeva ringraziare e per il quale valeva la pena che fosse stato creato il sole, il mare, gli alberi, il solo che sapeva goderne, “che farà Dio ”, si chiede il prete.
    Ammettendone così l’esistenza. Come pure la ammette il ragazzo non vedente, che ne canta una dimostrazione, ispirata alla prova ontologica di Sant’Anselmo da Aosta.

    5,00
  • LA MATASSA E LA ROSA

    Il nazismo fece scempio di tanti Uomini e Donne di Fede, ma non riuscì ad oscurare, a distruggere i loro alti valori religiosi e morali. Ciò che è più interessante, non è certo stabilire la superiorità di una dottrina rispetto ad un’altra, bensì poter riflettere e partecipare ad uno scontro dialettico e costruttivo su percorsi diversi per raggiungere la Luce, ma opposti alla logica del buio, del potere, della violenza e della morte che sono state proprie del nazismo.
    Lo spettacolo è un oratorio dedicato alla vita, alla fede, al martirio di Edith Stein: ebrea di nascita, convertita al cattolicesimo, allieva e poi assistente di Husserl, carmelitana, fu deportata ed entrò nella camera a gas del lager di Auschwitz nel 1942. Prima di esservi tradotta, Edith Stein fu ospite per pochi giorni nel campo di smistamento di Westerbork, in Olanda. Nello stesso periodo, per circa un anno, vi fu costretta anche Etty Hillesum, giovane scrittrice ebrea. Pare che le due si siano veramente incontrate nell’agosto del 1942 (pochi giorni prima della deportazione ed uccisione di Edith Stein) ma cosa si siano dette nessuno lo sa.
    Ecco, proviamo ad immaginare di essere per un’ora in prigionia con loro e di poterle ascoltare mentre parlano sottovoce.
    Testimonianza della loro luminosa esistenza, che durante il tenebroso evento del nazifascismo, ha liberato lo spirito che in loro gemeva e cantato un canto nuovo alla fede, alla vita, a dio.

    5,00
  • Cvijeta Zuzorić (quasi una fantasia)

    Nel dramma di Matko Srsen il vuoto, l’atto della lettura impossibile di qualcosa scritto da Cvijeta, incontra l’ipotesi di una scrittura possibile di Cvijeta, indicatori che favoriscono l’attivazione della reazione libro/lettore diventando indispensabili per l’incontra. E l’incontro fra Mara e Cviieta, nell’opera di Srsen, avviene nell’altro mondo, in una sala che rieccheggia di vuoto della villa Gozze di Trsteno. Il vuoto di Srsen è contrapposto ai dialoghi di Gozze in cui le due amiche filosofavano presso un ruscelletto, tra profumi della natura che facevano da cornice naturale a ‘due fiori’ del gentil sesso. Nella visio drammaturgica di Srsen le due amiche non sono più creature ospitate da un giardino che partecipano al fluire misterioso della vita, bensì due entità puramente spirituali, svuotate dal loro essere fisico, che dialogano su quanto nella loro vita reale, e nella storia in cui si inscrivono le loro biografie, è rimasto sottaciuto, colmabile unicamente con l’immaginazione artistica.
    Come un’avversaria furiosa, giunta alla resa dei conti all’inferno, Mara conduce Cvijeta a dialogare sul non detto, rivela a Cvijeta l’enigma del suoi scritti ragusei e del manoscritto Orfeo, un dramma che essa brucia nella vita ultraterrena come avrebbe fatto in quella terrena, avvelena sé e l’amica con la cena, e loro muoiono intonando un madrigale e tenendosi per mano, per rimanere immortalate nel loro amore per un’altra volta ancora. Così anche la morte fisica trova il suo doppio, nella morte metafisica, in uno stesso spazio che è quello dell’Incontro nel Canto in cui si fondono la natura e l’anima delle due donne-entità.

    Suzana Glavas

    12,00
  • MARLENE

    Nel nome della protagonista – Maria Magdalena – é già segnato il percorso umano e artistico che per decenni e fino ai nostri giorni, ha sollecitato l’immaginario collettivo, consegnando al mondo l’icona di una bellezza prima ferocemente costruita e poi tenacemente mantenuta fino all’inevitabile declino.
    Di questa discesa il testo di Manfridi é testimonianza. Marlene é una “via crucis” dolorosa, che parallelamente all’alimentarsi del mito fa sprofondare la protagonista nelle pieghe più “umanamente degradate”: i rapporti con gi uomini, gli innumerevoli amanti, un marito che rimane sempre sullo sfondo, una figlia che si occupa di lei fino alla fine ma con cui ha un legame difficile.
    Sullo sfondo si muove la Storia che cambierà l’ordine naturale delle cose: Marlene l’attraversa cercando comunque di proteggere il suo mito, essendo la prima icona moderna consegnata alla nostra inesauribile e insaziabile voglia di eterna bellezza attraverso le luci e le ombre create dal suo “mefistofelico” amante e mentore Joseph Von Sternberg.
    Marlene come una riflessione sulla necessità di creare “miti” ma anche, soprattutto, la storia di una donna fragile/indistruttibie, sezionata nei suoi affetti, nei suoi rapporti, che impietosamente si mostra nella sua temibile alterità fino alla consegna finale attraverso uno struggente e infinito piano sequenza diretto dal suo maestro di sempre.
    Un testo, questo di Manfridi, nella grande tradizione nordica che comincia con August Strindberg canta fino a Ingmar Bergmar.
    Le canzoni saranno il filo rosso di questo spettacolo, per ricomporre pienamente il quadro di un’epoca fortemente dolorosa, segnata dalla guerra da cui disperatamente si cercava una via di uscita.
    La scena è uno spazio mentale della memoria dove la protagonista ritrova le figure più importanti della sua vita in una “danza di morte” di strindberghiana memoria.

    Maurizio Panici

    10,00
  • FILOSOFIA E RIVOLUZIONE IN GIORDANO BRUNO

    A ragione Bruno può essere definito il grande filosofo martire non solo della nostra Rinascenza ma anche di quella europea.
    Quando Giovanni Gentile si ricollegava, senza alcuna ombra di dubbio, a Bertrando Spaventa e alla sua valorizzazione del Rinascimento, sia nei confronti della scolastica che nei confronti della filosofia Europea del ‘600, lo faceva per sottolineare il ruolo del pensiero bruniano nel Rinascimento italiano e della centralità di questo nel panorama culturale dell’Europa di quel tempo.
    Ma in tal senso è corretto rilevare come Gentile, proprio su questi argomenti, ebbe un lungo confronto con un altro grande studioso di questioni bruniane, Felice Tocco; Giovanni Gentile lavorò a lungo tra il 1907- 1908 proprio sui Dialoghi Bruniani, circostanziandoli fra l’altro di notizie a proposito della vita del Nolano.
    E sarà proprio con il Tocco e con Rodolfo Mondolfo che il Gentile discuterà a lungo a proposito dell’arduo problema dell’unità del pensiero bruniano, dei suoi molteplici intrecci dei temi e degli sviluppi, nonché della varietà delle fonti, classiche, medioevali e contemporanee, manifestando così una profonda insoddisfazione rispetto ad alcune tesi a volte estrinseche e ingiustificate.
    Gentile mostrò, d unque, di aver ben compreso la lezione ‘filologica’ proposta dal Tocco, una lezione, la sua, volta a proiettare la filosofia del Rinascimento fuori dalle formule astratte in cui rischiava, a volte, di cadere la tradizione risorgimentale spaventiana.
    Infatti, stando a questa tradizione vi è un privilegiare di Bruno “martire” della liberazione del pensiero umano, ma non molto di più, in realtà lo sforzo della storiografia post- risorgimentale è stato quello di una comprensione più profonda delle radici delle filosofie naturalistiche di Bruno e di Campanella. Il platonismo Rinascimentale, figlio dell’Umanesimo, e di cui Bruno è un grande interprete, dice il Gentile, ha permesso la produzione delle grandi sintesi di Spinosa e di Leibniz, un platonismo che ha avuto il compito di far voltare le spalle al medioevo, dando luogo ad un nuovo orizzonte, ad un orizzonte decisamente più ampio, ad un orizzonte dove si è passati dalla divinità della natura alla intrinseca divinità dell’uomo, inculcando perciò in costui il “sentimento” della sua potenza, dell’infinito che è in grado di raccogliere nel ‘petto’ dell’uomo, l’identità sostanziale della sua anima con l’anima e con la vita del tutto.
    Il pensiero bruniano però va oltre questa consolidata interpretazione e collocazione, in Bruno, infatti, c’è ben altro, c’è la critica al pensiero scolastico medioevale ed anche al pensiero del seicento europeo, pensiero tutto teso a stabilire i grandi blocchi concettuali funzionali alla società borghese.
    La rottura, dunque, nella proposta filosofica bruniana, del tempo cronologico, una dilatazione temporale, Jetz, in nome di una “nuova concezione” teoretica – politica di liberazione che lo collega alla grande proposta della”libertà comunista
    Per questo il titolo del presente lavoro,”Filosofia e rivoluzione in Giordano Bruno. Religione, Etica e Materialismo”, ed anche in questo l’esame di alcuni nodi fondamentali della rivoluzionaria proposta filosofica del Nolano.

    15,00
  • TARZAN – CINEMA E CIOCCOLATO

    Chi non conosce la bontà e la meritata fama del cioccolato, che fin da subito volle anche legare, per il lungimirante intuito dei produttori di cioccolato (come ha rivelato Matilde Tortora anni fa con il suo libro Cinema Fondente), il consumo e la pubblicizzazione dei propri golosi e appetibili prodotti a film di successo fin dai primi anni del cinema, instaurando, in tal modo, un primato di liaison con il cinema?
    Le immagini dei film personalizzate con il “logo” dell’industria di cioccolato, vennero da diverse aziende abbinate ai propri prodotti in maniera seriale, inducendo gli spettatori a ricercare altre immagini dello stesso film per comporne la serie e quindi ad acquistare altri loro prodotti. Celeberrime le serie fine anni Venti della Perugina, della Zaini riportate nel libro Consumare Passioni. Cinema e Cioccolato di Matilde Tortora, il secondo libro della Trilogia su Cinema e Cioccolato, che questo volume su Tarzan oggi conclude. Sono in questo libro riportati gli album di figurine fatti stampare negli anni Quaranta dalla COOP S. G. C. Micheroux, industria di cioccolato belga, per autorizzazione speciale della MGM, casa di produzione dei film ,con immagini dai film della serie Tarzan, il personaggio creato da Edgar Rice Burroughs nel 1912, interpretati da Johnny Weissmuller. Queste immagini di film e cioccolato hanno una loro indiscutibile attrattiva che questo libro consegna alla fruizione di molti, ancora oggi, testimonianza ulteriore del grande fascino del cinema, del grande fascino del cioccolato! Basti pensare che la colorazione di queste figurine furono a cura della stessa casa di produzione dei film, la potente MGM, tanto è vero che a ridosso si legge a chiare lettere “Colour Adaptations of the MGM Tarzan Films” ed effettivamente il loro fascino dura tuttora , come ancora oggi dura il fascino di Tarzan, che è stato antesignano di un enorme successo mediatico fin da subito e che dura tuttora, anche per le implicazioni di esotismo, ritorno alla natura, insofferenza alle costrizioni della vita metropolitana.

    15,00
  • UOMO MANGIA UOMO
    Man Eats Man

    “I racconti di Matteo Scarfò hanno origine da un dolore che forse la sua generazione non percepisce come tale e riconosce come normale progressione del vivere”.

    Andrea Frezza

    “La paura ci rende prevedibili, controllabili, conformi, e giustamente finiamo per temere il serial killer, il “non conforme che ci uccide”, “il pazzo non conforme e imprevedibile che uccide esseri conformi e prevedibili”.

    Eros Puglielli

    18,00
  • FRAMMENTI QUOTIDIANI

    Dietro le parole contenute in questo volume batte il cuore di un poeta, di un poeta semplice che, guarda alla realtà che lo circonda con l’ingenuità di chi ha saputo conservare intatti i valori della vita, dell’amore, del lavoro, dell’amicizia, della comunità, della storia. In ogni suo verso, modulato da una musicalità di toni e registri semplice e coinvolgente. Carmine Concistrè penetra nei risvolti più riposti della vita e del mondo e ne trae sempre goccia di linfa benefica e rigeneratrice. Tradizione e modernità, memoria e futuro, realtà e immaginazione si fondono in lui, si combinano per dare luogo ad un messaggio che è ricco di speranza e di fiduciosa attesa…

    Prof. Giuseppe Trebisacce

    12,00
  • ORAZIO SI RACCONTA
    Parte seconda

    Eccomi alla seconda “fatica” letteraria di Rodolfo Ritacca. Potremmo dire che il sig. Ritacca ci ha provato gusto a raccontare la sua vita e quella degli abitanti del suo paese e dei paesi limitrofi.
    Anche questa volta lo ha fatto con tanta passione, con grande entusiasmo e con immenso desiderio di ricordare i tempi passati, vissuti in modo particolare nella sua San Sisto dei Valdesi, a cui egli è rimasto fortemente legato. Il paese che ti ha dato i natali non, si può mai dimenticare.
    Nella sua prima opera “Orazio si racconta”, l’autore si è soffermato a ripercorrere i suoi anni verdi, vissuti intensamente nel suo luogo di nascita. L’opera, infatti, è costellata di numerosi ricordi personali, di luoghi a lui sempre cari, di persone, che sono rimaste sempre vive nella sua mente e nel suo cuore, di fatti lieti e tristi, che hanno segnato la sua vita, di usi, di tradizioni e di consuetudini che ora vanno sempre più scomparendo. E lo ha fatto con lucidità di idee, con totale padronanza dei contenuti e con un linguaggio chiaro e scorrevole.
    Altrettanto si può dire di questa sua seconda pubblicazione, che l’Autore ha voluto gentilmente sottoporre alla mia attenzione prima di pubblicarla, per avere un giudizio, che è senz’altro positivo ed apprezzabile. Si tratta, lo dico con la massima sincerità e con piena convinzione, di un lavoro dignitoso e meritevole di essere consegnato alla stampa per portarlo a conoscenza dei lettori.
    In questa seconda opera l’attenzione dello scrittore si sposta dal personale all’impersonale, dalla propria storia a quella della realtà circostante, di cui egli è stato sempre un attento ed acuto osservatore. Niente gli è mai sfuggito, ma tutto rimane sempre scolpito a caratteri indelebili nella sua mente. Non parla di sé stesso e delle sue vicende personali, ma della realtà in cui egli ha vissuto. Luoghi, fatti, persone sfilano davanti ai suoi occhi, che li osserva attentamente, li giudica serenamente e li presenta a noi per farceli conoscere e nello stesso tempo amare.
    Gli anni, presi in esame, sono quelli che vanno dalla Prima Guerra Mondiale sino alla fine della Seconda e a quelli immediatamente successivi. La storia, sicché, fa da sfondo a tutte le vicende vissute e narrate. Anni difficili e caratterizzati da tristi vicende belliche e dal difficile periodo fascista, una delle pagine più tristi della nostra storia di tutti i tempi. La dittatura, la povertà, la miseria, la mancanza di viveri, l’emigrazione sono dall’Autore ricordate con tanta lucidità e con tanta condanna e severo disprezzo. Tempi duri per tutto il Paese e, in particolar modo, per il Sud, “Terra di emigranti”, come viene definito dal nostro scrittore corregionale Saverio Strati, scomparso di recente.
    Si partiva per le lontane Americhe, per il Nord d’Italia e per i Paesi di là dalle Alpi. Oltre 300 persone, dice l’Autore, partirono dal piccolo San Sisto dei Valdesi per il Canada, da dove non tornarono più.
    Non píù racconto autobiografico, ma vita di un intero paese: occupazioni, mestieri, lavori, dolci serenate alla propria “bella” con chitarre, con mandolini e con violini.
    Grande attenzione egli pone nella descrizione dei lavori dei campi: la transumanza, la produzione del latte, la raccolta delle olive, la produzione dell’olio, la raccolta dell’uva, la produzione del vino, di cui tutti erano buoni amici. Mestieri e personaggi del paese sono ricordati con dovizia di particolari e con curiosi aneddoti. Le feste locali (Natale, Capodanno, Carnevale ecc.) vedono la partecipazione di tutto il paese. Giovani e vecchi scendono per le strade principali e il Leopardi direbbe “mirano e sono ammirati”. Una “gran festa” era anche l’uccisione del maiale, che era quasi un rito sacro e a cui prendevano parte parenti e amici, che poi mangiavano “u suffrittu” e bevevano a più non posso. Un libro, dunque, quello di Ritacca, che ci fa compiere un tuffo nel passato e ci fa confrontare la realtà di ieri con quella d’oggi, molto diversa. Un libro che ha l’obiettivo di ricordare per non dimenticare. Il tutto c’è presentato in uno stile semplice, confidenziale e abbastanza lineare. Un libro che fa nascere nel lettore il desiderio di andare avanti, per scoprire e conoscere un mondo, semplice e naturale, che il tempo, purtroppo, va cancellando sempre più. Complimenti sinceri, sig. Ritacca, e ad maiora semper…

    Prof. Carmine Concistrè

    13,00
  • IL PIEGHEVOLE Numero 1
    Numero monografico su Alda Merini

    Nel pieghevole si pubblicano parole e immagini.
    Chi ha qualcosa da dire, lo dica subito.

    Il pieghevole
    Aperiodico di letteratura e arte
    A cura di: Alfredo Bruni, Maria Credidio, Salvatore Genovese,
    Salvatore La Moglie, Gianni Mazzei, Paolo Pellicano

    REDAZIONE: C/O Alfredo Bruni,
    Via Antioco 6
    87011 Sibari
    098174353
    ilpieghevole@alice.it

    Supplemento alla rivista La Mongolfiera
    Aut. Tribunale di Castrovillari N. 89/89 del 29 – 11 – 1989

    La collaborazione, che è da intendersi sempre a titolo gratuito, compresa quella dei curatori, è per invito e per accettazione. Il materiale pervenuto, che non verrà restituito, sani attentamente valutato. Ogni autore è responsabile delle proprie opere e delle proprie opinioni.

    Perché questa odiosa bellezza occupa la mia mente
    e non imbandisce un desco?
    O tu non verrai a vedermi
    perché invisibile il mare dell’amore
    eppure io mi d’isimpegno per te.
    Non vedi che sono morta?
    Non vedi che non ho più un fiore nei capelli?
    Che giro ignuda per casa?
    e invoco la morte
    che ha soltanto una falce femminile.
    Ero un grano,
    e la mia vita andava falciata dalle tue labbra.
    Ho maledetto te
    che hai spento tutte le lampadine
    del mio teatro
    la mia recitazione è finita.
    Non troverai neanche il mio cadavere
    perché tutti gli Angeli portarono in cielo
    i poveri morti d’amore.

    Il tuo bacio atteso per mille anni:
    mi hanno rubato tutto il bucato
    l’avevo steso al sole per richiamare
    i tuoi sguardi,
    la corda che aspettava i tuoi baci
    era la migliore
    con quella corda ha strangolato
    tutti
    I miei panni al sole
    erano la vela di Isotta
    ma tu eri morto,
    morto e non lo sapevi.

    A TUTTE LE DONNE
    Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
    sei un granello di colpa
    anche agli occhi di Dio
    malgrado le tue sante guerre
    per l’emancipazione.
    Spaccarono la tua bellezza
    e rimane uno scheletro d’amore
    che però grida ancora vendetta
    e soltanto tu riesci
    ancora a piangere,
    poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
    poi ti volti e non sai ancora cosa dire
    e taci meravigliata
    e allora diventi grande come la terra
    e innalzi il tuo canto d’amore.

    Alda Merini (Milano 21 marzo 1931) esordisce a soli 15 anni, scoperta da Giacinto Spagnoletti. È considerata una delle più grandi poetesse contemporanee. Compì gli studi superiori all’Istituto Professionale Laura Solera Mantegazza, non avendo potuto frequentare il liceo Manzoni, in quanto respinta in italiano. Note le vicende della sua vita, durante la quale non ha mai tradito la sua vocazione e ha conosciuto le maggiori personalità della cultura.
    Giuliano Grittini è nato a Milano nel 1951. Artista e fotografo, ha preso parte a numerose mostre d’arte nazionali e internazionali. Sue foto sono state pubblicate dalle maggiori testate e dalle più importanti case editrici italiane. Da oltre due decenni è legato da un forte legame di amicizia con Alda Merini, che ha fotografato più volte, riuscendo a cogliere l’essenza più profonda della poetessa milanese.
    00
    In questo numero de il pieghevole presentiamo tre poesie di Alda Merini e due foto di Giuliano Grittini, che ringraziamo per averci permesso la pubblicazione. Le poesie sono tratte dal volume L’arte è una bellissima donna (© Giuliano Grittini – giugno 2008). La nota critica è stata curata dalla scrittrice e giornalista Monica Maggi, che insegna all’Università Roma Tre giornalismo e scrittura.

    0,00
  • IL PIEGHEVOLE Numero 0
    Nr. monografico su R.M. de’ Angelis

    Nel pieghevole si pubblicano parole e immagini.
    Chi ha qualcosa da dire, lo dica subito.

    Il pieghevole
    Aperiodico di letteratura e arte
    A cura di: Alfredo Bruni, Maria Credidio, Salvatore Genovese,
    Salvatore La Moglie, Gianni Mazzei, Paolo Pellicano

    REDAZIONE: C/O Alfredo Bruni,
    Via Antioco 6
    87011 Sibari
    098174353
    ilpieghevole@alice.it

    Supplemento alla rivista La Mongolfiera
    Aut. Tribunale di Castrovillari N. 89/89 del 29 – 11 – 1989

    La collaborazione, che è da intendersi sempre a titolo gratuito, compresa quella dei curatori, è per invito e per accettazione. Il materiale pervenuto, che non verrà restituito, sani attentamente valutato. Ogni autore è responsabile delle proprie opere e delle proprie opinioni.

    PAESE DI MIA MADRE

    Voglio tornare al paese di mia madre,
    dove mia madre riposa sotterra,
    accanto agli ulivi sempreverdi
    e alle spighe che cambiano colore.
    Mia madre era di un altro paese,
    ma, sposa, venne al nostro e ci restò:
    come edera intorno al tronco di mio padre,
    amorosa padrona del forte albero,
    quante volte fiorì, tante rispose
    alla voce del sangue: undici figli,
    e io tra loro, invasero la casa;
    si dispersero poi senza saluto.
    Non è bello il paese di mia madre,
    non ha statue, non penti, non emblemi,
    è un povero paese di colline
    sull’argilla malarica: le capre
    vi stanno a guardia, e di guardia è la luna
    lucida falce stanca di tagliare.
    Se ci arrivo, non trovo che il ricordo
    di lei come un’essenza in una fiala
    e ciò mi basta per tornare a vivere:
    un odore di timo e spiganardo
    una ciocca di teneri capelli,
    e quel suo passo lesto, e quel suo sguardo
    sempre più dolce sempre più remoto.

    Raoul Maria de’ Angelis

    Raoul Maria de’ Angelis (Terranova da Sibari 1900, Roma 1990) è tra i più rappresentativi scrittori calabresi. Il suo romanzo “La peste a Urana”, pubblicato da Mondadori nel 1943, fu al centro di una famosa querelle col premio Nobel Albert Camus, che nel 1947 pubblica “La peste”, dove si ravvisano molti punti di contatto col libro del de’ Angelis.
    Per onorare il centenario della nascita di Raoul Maria de’ Angelis, lo scrittore Gianni Mazzei, in questo testo ripercorre, con un po’ di ironia, tutta la vicenda, dimostrando che la tesi del plagio da parte di Camus, non è affatto infondata.
    I curatori de “Il Pieghevole”, che con questo numero inizia il suo cammino, ringraziano il dottore Ernesto de’ Angelis, che ha reso possibile la pubblicazione della poesia “Il paese di mia madre”.

    0,00